Pubblicato il 13 settembre, Beneath The Eyrie segna il ritorno della celebre band di Black Francis, nata nella seconda metà degli anni Ottanta durante il boom dell’alt-rock.
Questa settima fatica in studio (la terza dalla reunion senza la bassista Kim Deal) era stata anticipata da un podcast di dodici episodi, It is a Pixies Podcast (originariamente intitolato Past is Prologue), dove la band descriveva in dettaglio la registrazione di ogni canzone.

 

Il titolo del disco è stato ispirato dalla scoperta di un nido d’aquila (in inglese “eyrie”) nel retro di una chiesa sconsacrata dove il gruppo stava registrando: secondo i musicisti si sarebbe trattato di un segno. Complice il background culturale particolare del cantante, principale compositore e autore dei testi, la band di Where Is My Mind? ha sempre avuto la propensione verso tematiche oscure e dettagli insoliti per le proprie canzoni: religione, surrealismo, violenza biblica sono solo alcuni fra i maggiormente ricorrenti nei loro lavori precedenti. In questo caso, Black ha optato per uno stile teatrale ancora più dark, raccontando storie di morte, streghe, anime perse e danze macabre. Lo stile musicale richiama i Pixies degli esordi, ma facendo un uso meno preponderante di quella dinamica sonora fatta di alternanze continue “loudquietloud” che influenzò numerose band, prima fra tutte i Nirvana, segnando un cambiamento di rotta anche rispetto agli ultimi album, Indie Cindy ed Head Carrier.

 

La traccia di apertura, In the Arms of Mrs. Mark of Cain, descrive un uomo che prova inspiegabilmente gioia, pur essendo “intrappolato” in una sorta di relazione maledetta. Lineare e dalle atmosfere “magiche” e teatrali, è caratterizzata dal drumming incalzante di David Lovering,

Il primo singolo pubblicato, On Graveyard Hill, parla di una strega intenta a lanciare una maledizione fatale verso l’ignaro amante. Traccia oscura e tra le più incisive del disco, presenta evidenti richiami alle sonorità di Surfer Rosa e Doolittle.

 

La bizzarra e allitterante Catfish Kate, seconda canzone estratta dal disco, racconta di una donna che cade in un fiume e ingaggia una lotta con un pesce gatto, uscendone vincitrice e indossando la sua pelle come trofeo. La melodia ricorda quella di Here Comes Your Man, ma ha un piccolo difetto: trattandosi di una traccia lineare e trasognata, e non caratterizzata dallo schema “loudquietloud”, il tono di voce di eccessivamente metodico e controllato di Francis non va molto “d’accordo” con la parte strumentale.

 

This Is My Fate apre uno scenario totalmente differente e inaspettato con un blues alla Tom Waits (o alla Nick Cave con i Birthday Party), cupo e ironico, il cui refrain ossessivo sottolinea l’amarezza data dall’inevitabilità del destino. Scorre veloce quasi passando inosservata, Ready for Love, caratterizzata tuttavia da un buon intermezzo strumentale. La sommessa Silver Bullet parla di un uomo tormentato che attende un duello mortale.

Long Rider Los Surfers Muertos sono state scritte da Francis e dal bassista Paz Lenchantin, e riprendono uno degli elementi essenziali della band: la cultura del surf. La speranzosa Long Rider, traccia pop punk, nel bridge cita alcune leggende del surf, fra cui George “Peanuts” Larson. Il riferimento a quest’ultimo è un collegamento diretto alla traccia successiva, la cupa ed echeggiante e psichedelica Los Surfers Muertos, che invece descrive i pericolosi surf breaks Killer Dana (“Peanuts” era noto per aver cavalcato quelle onde) riferendosi nello specifico ad un’amica di Lenchantin, che perse la vita proprio a Dana Point. Si comprende che la band non condanna o si lamenta degli errori mortali, al contrario celebra l’inseguimento delle proprie passioni, nonostante le possibili conseguenze.

St. Nazaire è l’ultimo singolo estratto dall’album, rilasciato il giorno prima dell’uscita, ed è la traccia, di matrice punk-rockabilly, più dura dell’album, tanto da ricordare la commistione di stili e le ritmiche dei Cramps.

 

L’inquietante e ritmata Bird of Prey mescola elementi blues, rockabilly e proto-punk e, al pari di This Is My Fate, rimanda molto allo stile di Tom Waits o a quello della prima band di Nick Cave. Chiudono il disco l’armonica Daniel Boone, seguita dall’acustica e pacata Death Horizon. Quest’ultima ha una possibile doppia interpretazione: può esser riferita sia alla fine di una relazione che al capolinea dell’umanità a causa di una catastrofe globale.

 

I Pixies hanno fatto centro come non accadeva da tempo immemore e, anche se il loro lavoro sta dividendo la critica, il riscontro da parte del pubblico è molto buono e c’è chi afferma che questo potrebbe essere addirittura uno dei loro album migliori di sempre.
Ci troviamo di fronte ad uno di quei casi in cui la maturità riesce a condurre una band a nuovi traguardi, anziché bloccarla in un punto, condannandola all’eterna esecuzione dei suoi brani migliori, fino ad un definitivo ritiro (alla faccia di chi pensa che valga la pena guardar solo ai giovincelli under 30).

La band ha iniziato il tour mondiale e sarà al Paladozza a Bologna l’11 ottobre e alle OGR di Torino il 12 ottobre (già sold out), supportata da un altro gruppo molto interessante, i Blood Red Shoes.

 

Una studentessa di ingegneria informatica con la passione per la musica, l’arte, la lettura, la scrittura e tante altre (davvero troppe) cose…