Regno Unito, anno del Signore duemilaquattro. Tre ragazzi dell’East Sussex sfornano un disco davvero innovativo nel panorama internazionale della musica alternativa e del pop. Si tratta di un disco raffinato in cui la fanno da padroni i synth e il pianoforte accompagnati da basso e batteria nelle giuste quantità; si tratta di un disco che rilancia su un altro livello le sperimentazioni fatte fino all’epoca e che consacra la band che l’ha pubblicato come una delle migliori in circolazione, da non sottovalutare. Traccia per traccia, l’ascoltatore scopre che all’interno dell’album c’è tutta quella malinconia un po’ British di cui tutti avevano bisogno, ma della quale ancora non conoscevano l’esistenza. Ci sono hit, canzoni strappacuore, pezzi strumentali, ballatone e lenti. Insomma: sembrerebbe che a questo disco non manchi proprio nulla.

 

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A quindici anni di distanza dal loro album di debutto Hopes and Fears, questi tre ragazzi – che nel frattempo sono diventati quattro con l’ingresso di Jesse Quin al basso nel 2011 – sono ancora capaci di trasmettere al pubblico le stesse emozioni di un tempo, rese forse ancora più intense con la complicità del tempo che passa e qualche capello grigio in più con cui fare i conti. Cause and Effect (Island Records) è il sesto lavoro in studio dei Keane che sono tornati sulle scene musicali dopo una pausa durata circa sei anni. Dopo la pubblicazione dell’album Strangeland nel 2012, la band capitanata da Tom Chaplin aveva deciso di comune accordo di prendere una “pausa di riflessione”, terminologia che nella storia della musica, per i fan e gli aficionados equivale sempre e solo a una cosa: folle terrore di uno scioglimento imminente. Nel corso di questi travagliatissimi anni di attesa, per ammazzare il tempo tutti i componenti del gruppo si sono dedicati a svariati progetti solisti (e visto che ci avviciniamo al Natale, vi consigliamo l’album natalizio del buon Tom) e alle rispettive famiglie, come da copione. Nell’agosto 2018, però, la band si è riunita nuovamente dopo cinque anni per esibirsi in uno speciale show acustico al Battle Festival organizzato nella loro città natale, momento che segnò l’inizio del loro silenzioso e senza pretese ritorno alla musica.

 

 

Cause and Effect è infatti un album cresciuto, senza alcuna presunzione di arrivare fra i più venduti in classifica, con testi profondi e l’immancabile pianoforte di Tim Rice-Oxley che richiama l’ascoltatore alle canzoni più famose del gruppo, le sole che – purtroppo – passano in radio. Con questo lavoro la band inglese è come se volesse sussurrare all’ascoltatore: “Sì, è vero, ce ne siamo andati per un po’, ma non preoccupatevi, siamo rimasti noi stessi”. Si tratta certamente di un ottimo disco che fa fede al principio de “il troppo stroppia” tanto caro ai Keane, spesso e volentieri accusati proprio di aver sperimentato poco e di essere rimasti nel loro limbo felice di sonorità anni Ottanta e Novanta, senza mai innovarsi. Se è vero infatti che la prima parte dell’album (in totale undici tracce) contiene i pezzi più belli e di marchio più spiccatamente Keane, la seconda potrebbe quasi morire nelle orecchie dell’ascoltatore: ma, al secondo tentativo, la tentazione di premere sul tasto play per far riprendere il disco daccapo una volta concluso è davvero irrefrenabile.

 

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Il disco si apre con “You’re Not Home”, una cascata di synth cristallini che cadono sulle malinconiche parole cantate da Chaplin dopo un minuto e mezzo di intro strumentale. Le sonorità della canzone all’improvviso prendono movimento con la batteria di Richard Hughes e il pianoforte, accompagnando bene l’ingresso in “Love Too Much”, singolo più pop-melodic pubblicato come seconda anticipazione all’uscita dell’album. “The Way I Feel” è il terzo brano in scaletta, primissimo singolo estratto dall’album che passa facilmente in radio per la sua orecchiabilità e il canticchiabile ritornello (unite lo stile di “Is It Any Wonder?” con quello degli a-Ha ed otterrete la combo perfetta). “Put The Radio On” spezza il ritmo ballabile dei due pezzi precedenti e sembra quasi di essere tornati all’epoca di “Under The Iron Sea”: la dolceamara storia raccontata, i synth e la voce vibrante del frontman rendono questa canzone uno dei pezzi migliori dell’album. A seguire ci sono “Strange Room”, sognante e romantica, e “Stupid Things”, un pezzo più pop che precede l’antemica “Phases”, che inaugura la seconda parte dell’album. I suoni elettrici di questo brano traghettano l’ascoltatore verso la traccia successiva, “I’m Not Leaving”, un pezzo decisamente new wave con tanta batteria e un po’ di chitarra elettrica (lo strumento meno riconoscibile nei lavori dei Keane). “Thread” è un lentone di quelli classici dove il cuore si spezza un po’ – soprattutto se leggete il testo –, ma poi arriva “Chase The Night Away” che è una canzone Keane-indiepop con tutti gli attributi: innamoratevi sulle sue note e non ve ne pentirete. La conclusione del disco è la delicata “I Need Your Love”, un lento con un po’ più di brio che parla d’amore e sigilla il disco con una nota malinconica (e che contiene un riferimento poetico al buon Bruce Springsteen). Se avete qualche lacrimuccia, non preoccupatevi: il tasto re-play è lì che vi aspetta.

 

 

Cause and Effect è il risultato suonato (magistralmente), cantato e raccontato della rimessa in gioco di una band inglese che – pur non raggiungendo i numeri di Coldplay e Arctic Monkeys – non ha ancora smesso di voler dire qualcosa ai suoi ascoltatori. E, ci auguriamo, non voglia smettere di farlo.

Cari Keane, ci eravate mancati? Sì, decisamente.

Studio storia e divoro musica.