Continua l’ostinata marcia dei Kaiser Chiefs, contro tutto e tutti, in direzione pop: Duck, il loro settimo album in studio, è stato rilasciato il 26 luglio e sta facendo parlar di sé, dividendo la critica e i fans più affezionati. La band composta da Ricky Wilson, Andrew White, Simon Rix, Nick Baines e Vijay Mistry si mostra sorridente e per niente intimorita da coloro che avevano accolto con molta freddezza il loro precedente lavoro, complici una fanbase solida e le arene inglesi sempre piene. Originariamente sotto il nome di Parva, più oscuri e spigolosi, caratterizzati da un sound new wave e post punk, la band di Leeds ora appare più colorata, oscillante tra la nostalgica indie di inizio 2000, una più romantica synth pop e solo a tratti dark wave.

La cover dell’album dai colori pastello appare statica e studiata ed esprime un vago senso di solitudine quasi come un quadro di Hopper, inoltre non è dato sapere quale metafora o scherzoso gioco di parole si nasconda dietro al titolo scelto (il british humor non è sempre di facile comprensione).

L’apertura è affidata a People Know How to Love One Another, secondo singolo estratto e definito dalla band come uno dei brani chiave di Duck. È orecchiabile e si presta sicuramente ad esser cantato in un’arena: le premesse all’inizio del disco apparivano abbastanza buone. Il coloratissimo video musicale mostra la band in versione cartoon a bordo di un furgoncino che ricorda molto la Mystery Machine di Scooby Doo, il tutto in linea con lo stile ironico (e anche allusivo) dei KC.

 

L’entusiasmo viene subito frenato da Golden Oldies che appare come un proseguo della prima traccia, ripetendone abbastanza fedelmente le ritmiche, senza aggiungere granché (e vale lo stesso discorso per Electric Heart). La frenetica Wait è invece una traccia “ruffiana”, il cui ritmo e alcuni echi strizzano l’occhio ad I Predict A Riot, uno dei loro più grandi successi di inizio carriera.

Target Market, così come Lucky Shirt, sono sicuramente i pezzi che passano maggiormente inosservati all’interno dell’album, poiché molto lenti e simili tra loro, senza nulla di particolare, e quindi penalizzanti per una band che ha come punto di forza proprio le ritmiche veloci.

Don’t Just Stand There, Do Something presenta delle sonorità rassomiglianti agli Arctic Monkeys degli ultimi album, unite ad un ritornello corale e azzeccato, marchio di fabbrica dei KC.

Record Collection, il primo singolo pubblicato, si colloca a metà esatta dell’album e, come sostiene in un’intervista lo stesso Wilson, parla di internet e della frustrazione che esso suscita condizionando le nostre vite, e di come noi, non riuscendo a comprendere ciò, ci limitiamo a prender tutto per buono, come se premessimo con leggerezza il pulsante “accetta” sulla schermata di un computer. Il video ufficiale pubblicato il 30 maggio, una settimana dopo il singolo, è un tributo ad Art Attack: inizialmente viene mostrata la band in uno studio simile a quello del programma televisivo e, successivamente, due persone in un magazzino intente a riprodurre con oggetti comuni la copertina dell’album (per gli appassionati: ve li ricordate gli attacchi d’arte di Neil Buchanan?).

 

The Only Ones rievoca atmosfere nostalgiche dell’inizio degli anni duemila che richiamano The Cribs… Il che sarebbe stato decisamente un punto a favore, ma il tutto è caratterizzato da molto più synth e meno chitarra… Purtroppo. In Northern Holiday una chitarra classica fa da cornice ad una (quasi odiosa) melodia ripetitiva.

Kurt vs Frasier (The Battle For Seattle) chiude l’album in maniera ottimistica, e cita Kurt Cobain e Frasier Crane, uno psichiatra radiofonico immaginario, protagonista della sitcom anni ‘90 Frasier, una delle serie più amate negli USA che, grazie al ritmo travolgente e alle sue battute sarcastiche, vinse ben trentasette Emmy Awards.

 

L’album termina così, senza però lasciare molto di sé, se non qualche eco, poiché non si riscontra una vera e propria evoluzione lungo il percorso attraversato dalle undici tracce. Un risultato simile era prevedibile: la svolta pop intrapresa con Stay Together, non aveva convinto tutti.

Ironia, trovate azzeccate, energia e ritmi veloci sono sempre stati i punti di forza dei Kaiser Chiefs, e quei rimandi ad Employment e alcuni spunti interessanti fanno quasi arrabbiare chi, avendone compreso le reali potenzialità, continua a sperare, album dopo album, di poterli ritrovare decisi ad intraprendere una strada che sia realmente adatta a loro e li porti a crescere e ad evolvere nel giusto modo, producendo un lavoro che non risulti lacunoso.

I fans sono dalla loro parte (per ora) e dal vivo Wilson & Co. valgono ogni centesimo, diversamente non continuerebbero a registrare dei sold out ai loro concerti, visti anche gli scarsi successi discografici degli ultimi anni. Io stessa, da fan, cerco di esser obiettiva e mi trovo in difficoltà. Se venissero in Italia, assisterei volentieri ad un loro live, ma la mia domanda riferita al loro percorso effettivo è la seguente: per quanto ancora potranno rifugiarsi nel passato?

 

Una studentessa di ingegneria informatica con la passione per la musica, l’arte, la lettura, la scrittura e tante altre (davvero troppe) cose…