Reduce dalle interessanti sperimentazioni del suo terzo album in studio da solista, Boarding House Reach, Jack White riunisce finalmente i Raconteurs dopo ben 11 anni dall’uscita di Consolers of the Lonely. Il gruppo formato da White, Brendan Benson, Patrick Keeler e Jack Lawrence aveva fornito buone prove di abilità nel rielaborare sonorità tipiche degli anni 60’/70′ e a fonderle in un’anima garage-blues-rock con i lavori precedenti, ma subì una battuta d’arresto anche a causa della disintossicazione dall’alcool di Benson, l’altra mente creativa della band.

Help Us Stranger, uscito il 21 Giugno per Third Man Records, l’etichetta indipendente (con annesso studio di registrazione a Nashville) fondata dallo stesso White, è il terzo album in studio del gruppo ed è stato ampiamente anticipato dall’uscita di quattro singoli e una cover: Sunday Driver, Now That You’re Gone, Hey Gyp (Dig the Slowness) di DonovanHelp Me Stranger ed infine Bored and Razed.

Pochi giorni prima della pubblicazione del disco, in un’intervista a Channel 4 News, l’ex White Stripes ha fatto ulteriormente parlare di sé, a causa delle sue idee sulla società moderna e sull’intollerabile dipendenza da smartphone dalla quale si è definito estraneo, dichiarando di non possederne uno. “Quando sono in giro sono un’anomalia e guardo tutti. Mi sembrano tutti stupidi. Poi te ne freghi, del resto è la loro vita. Chi lo sa? Forse sarà tutto così per sempre, nessuno può saperlo“, ha affermato con grande amarezza il musicista di Detroit, cogliendo l’occasione inoltre per parlare del progetto, portato avanti ormai da un anno a questa parte, che prevede il divieto di utilizzo dei cellulari ai suoi concerti e che ha inaspettatamente riscosso un buon successo.

Riguardo ai Social Network e alle ripercussioni sulla “vita reale”, si è così espresso: “Per il 90% si tratta di mostrare ciò che stai facendo agli altri che non possono farlo. Competizione, voyeurismo, gelosia, sono caratteristiche umane molto vuote, mostra che se una cosa non sta succedendo in quel momento non è degna di essere. Credo sia senza senso e triste“.

È nelle seguenti argomentazioni che si comprende il vero senso del titolo del disco, della nostalgia analogica suscitata della copertina, raffigurante un segnale luminoso verde a forma di mano, la quale è tesa verso “l’altro”, e anche delle tematiche affrontate nei testi. Si tratta di una richiesta di aiuto, una volontà di ritornare a qualcosa di semplice e di riuscire a ritrovare gli aspetti positivi della nostra umanità.

Bored and Razed, quarto singolo estratto, la cui uscita ha anticipato di 10 giorni la pubblicazione dell’album, e il cui titolo rievoca Dazed and Confused dei Led Zeppelin, inizia con un crescendo che culmina in un’esplosione di accordi prima che White cominci a cantare, aumentando sempre di più il ritmo in vista del ritornello. Già dalla prima traccia si nota come Benson bilanci efficacemente con il suo stile melodico il frontman, che invece tende a spingere sull’acceleratore, incalzando con riff e distorsioni taglienti. Tale binomio è da sempre uno dei punti di forza dei Raconteurs e lascia presagire il meglio per il resto dell’album. Il testo sembra far riferimento ad una presa di posizione politica lontana dagli estremismi: “Staying away from the left and the right” e ad ideali in disaccordo con la società, il cui sistema appare freddo e insano: “Running the rounds of the mundane soldier / Trading the cards and erasing the names / Feeling a pounding, insane, colder / Sounding, system, feeding the flames”. Vi è inoltre un focus su Detroit e sulla California, ma lascia spazio a diverse interpretazioni.

 

Fa riprendere fiato Help Me Stranger, il terzo singolo, dal sound principalmente acustico, molto stonesiano e dal ritmo cadenzato. Nel testo è contenuta in modo manifesto la richiesta di aiuto di cui si era fatta menzione in precedenza: “Help me, stranger / Help me get it off my mind / Get me back on my feet / Brother, can you spare the time?” A farla da padroni sono la ricerca del contatto umano e del tempo, perché ciò sia possibile, in un mondo dove si corre di continuo.

 

Only Child rallenta ulteriormente, si tratta di un’introspettiva ballad beatlesiana, sinfonica, con un tocco di prog, il cui testo fa riferimento alla storia di un ragazzo di provincia dall’animo sensibile, in cui alberga il desiderio di andarsene via e buttarsi tutto alle spalle.

L’incalzante Don’t Bother Me è puro garage, dove l’eclettico Mr. White alza la voce, lanciando una serie di accuse senza esclusione di colpi contro l’attuale società di “fake punk jacket liars”, riguardo la sua superficialità, la doppiezza, la mancanza di empatia che la caratterizza, il tutto ulteriormente sottolineato da un bridge post drop.

Shine the Light On Me è un’altra dichiarazione d’amore al rock di fine anni ’60/inizio ’70, dolce e struggente con cori e vocalizzi in stile Queen, un pianoforte come strumento protagonista, il cui uso ricorda molto She’s A Rainbow dei Rolling Stones, ed echi beatlesiani.

In Somedays (I Don’t Feel Like Trying) si sente tutta l’importanza e il calore del rock del Sud che ricorda molto i Lynyrd Skynyrd in brani come Simple Man e The Ballad Of Curtis Loew.

La seconda parte dell’album si apre con l’interessante rielaborazione funk rock di Hey Gyp (Dig the Slowness) di Donovan e prosegue la propria frenesia (molto Steppenwolf, ma caratterizzata dall’incisività dell’heavy dei Black Sabbath) con Sunday Driver.

 

Now That You’re Gone è una ballata placida, molto interessante, poiché ad un primo ascolto può portare nuovamente alla memoria i Lynyrd Skynyrd con brani come I Need You, ma, se esaminata nei dettagli, ci si rende conto che giunge ancor più indietro, ripescando il doo-woop e il rhythm and blues anni ’50 tipico dei Penguins.

 

Live a Lie spinge il sound garage verso il proto-punk dei Sex Pistols con riff e distorsioni portate all’eccesso (qualcosa di incredibilmente molto simile era già stato fatto nell’ultimo album dei Jet), consumandosi velocemente in poco più di 2 minuti, e si getta a capofitto nella penultima traccia del disco, What’s Yours Is Mine, caratterizzata invece da un sound pesante, tanto da ricordare vagamente in alcuni passaggi qualche band funk metal degli anni ’90.

La chiusura dell’album è affidata infine a Thoughts and Prayers, caratterizzata dalla presenza di archi e da un testo che non lascia spazio a fraintendimenti: oscilla tra l’amarezza delle riflessioni sul presente, i “thoughts”, e la volontà di continuare a credere in una piccola speranza per il futuro, le “prayers”, ribadendo ancora una volta i pensieri manifesto della band.

 

Un ulteriore omaggio ai Beatles è stato scoperto da coloro che hanno acquistato alcune delle copie a tiratura limitata del vinile: un tributo alla celebre copertina provocatoria della raccolta Yesterday and Today, pubblicata nel 1966. L’immagine ritraeva i Fab 4 sorridenti tra pezzi di carne ed inquietanti bambolotti decapitati e venne scattata da Robert Whitaker. Si tratta dell’ennesima scelta non casuale dei Raconteurs, poiché essa simboleggiava in modo molto surreale l’adulazione nei confronti di un gruppo che era pur sempre fatto di carne ed ossa.

 

Help Us Stranger si presenta come un ritorno apparentemente semplice e diretto, il cui sound è costruito sulle solide e robuste radici del rock old school e le cui scelte testuali appaiono riferite alla società odierna, ma tutt’altro che scontato o pensato come pura “operazione nostalgia”.

Jack, Brendan e soci non deludono nemmeno questa volta.

 

Una studentessa di ingegneria informatica con la passione per la musica, l’arte, la lettura, la scrittura e tante altre (davvero troppe) cose…