A due anni dal discreto successo di Volcano, i Temples hanno rilasciato il 27 settembre il loro terzo lavoro in studio, Hot Motion. Il trio inglese psych-rock, composto dal cantante e chitarrista James Bagshaw, il bassista Thomas Walmsley e dal tastierista e chitarrista Adam Smith, ha ricevuto il plauso da personaggi del calibro di Noel Gallagher e Johnny Marr, arrivando perfino a meritarsi l’appellativo di migliore band del Regno Unito degli ultimi tempi”.

Effettivamente, dopo aver esordito supportando gruppi come Suede, The Vaccines e Kasabian e pubblicando Sun Structures (2014), disco intriso di psichedelia e ricercate sonorità di fine anni Sessanta, pluripremiato e ben accolto dalla critica e dal pubblico, la band appariva tra le più promettenti del panorama rock “impegnato” made in UK. Tuttavia, la volontà di produrre qualcosa di totalmente diverso dal primo album, ha portato ad un leggero scivolone con Volcano, di stampo dream pop e con focus sui synth, qualitativamente inferiore al precedente perché, come riconosciuto dal front-man, contenente qualche cliché di troppo.

Da qui, l’idea di trovare un compromesso, ritornando al sound delle origini, focalizzandosi maggiormente sulle chitarre, ma senza eliminare del tutto le tastiere. La band ha definito Hot Motion più “puro e primitivo” anche dal punto di vista lirico e per il genere di sentimenti narrati: traccia dopo traccia, i testi divengono sempre più criptici, disgregandosi e amalgamandosi alla musica. Si percepisce dall’inizio alla fine del disco un’atmosfera trasognata, dark e fuori dal tempo, come in una visione di lynchana memoria, confermata visivamente anche dall’estetica adottata nei videoclip pubblicatiTutto questo può esser visto sia come un pregio che come un difetto, poiché (proprio come un lavoro di David Lynch) può risultare difficilmente apprezzabile da chi cerca qualcosa di “diretto”, e si trova invece di fronte a un prodotto di non così semplice e immediata interpretazione, che necessita di ben più di qualche ascolto.

 

Apre l’album la title-track Hot Motion, primo singolo pubblicato il 5 giugno: è la prima canzone ad esser stata scritta e uno dei pezzi forti del disco, secondo Walmsley parla “dei turbamenti del desiderio, di sogni ed incubi. Volevamo creare una traccia che amplificasse le chitarre con intensità ad ogni giro, in anticipazione verso un obiettivo finale: il piacere umano”. Dunque da essa si può ricavare immediatamente quello che è il leitmotiv che caratterizza l’intero viaggio (credetemi, è decisamente il caso di definirlo tale), oltre alle sonorità seventies tipiche del prog (Yes e Genesis), ma ammorbidite dai cori e da una componente prevalente di stampo noise.

 

Proseguendo con il secondo estratto, la dolce You’re Either On Something, entriamo nel vivo del percorso attraverso una dimensione onirica, idea data sia dal sound che dal video, il quale mostra la band in un bar, immersa in una realtà distorta: l’atmosfera è decisamente quella scaturita da un trip da LSD.

 

La giocosa Holy Horses è un pastiche che mescola sonorità noisy e distorsioni nel ritornello a tonalità glam-rock e ad un uso della chitarra in accezione quasi country (sì, avete capito bene, e necessiterete di parecchi ascolti per capacitarvi di tutto ciò). The Howl è invece scandita dall’incedere pesante delle percussioni: inizialmente evoca un’atmosfera western, per poi esplodere in un ritornello che sa vagamente di Black Keys ai tempi di El Camino, ma in versione psych.

Context, l’ultimo singolo pubblicato due settimane esatte prima dell’uscita dell’album, è un’osservazione di come le parole, estratte dal loro contesto, possano cambiare il sentimento e il senso del discorso stesso. Protagonista è senz’altro l’assolo di chitarra, il quale presenta una peculiarità: come raccontato da Bagshaw, esso è stato registrato a metà velocità per poi esser accelerato successivamente, rendendo omaggio ad una tecnica di registrazione che venne resa famosa dal suono del pianoforte in In My Life dei Beatles. Dunque il concetto di “ricontestualizzazione” è stato trasposto anche in forma musicale. Tra gli artisti che hanno influenzato la stesura del brano sono stati citati inoltre Les Paul e Mary Ford.

 

The Beam contiene rimandi ai ritmi e al sound dei Goldfrapp degli esordi, mentre Not Quite The Same è improntata maggiormente verso gli anni Ottanta. Il disco continua con Atomise, prevalentemente strumentale e caratterizzata da un crescendo che esplode rivelando una traccia di stampo prog-rock, mentre in It’s All Coming Out si trovano elementi di carattere space-rock. Step Down scandisce le battute finali con inedite sonorità funky, gli succede l’enigmatica, più noisy ed echeggiante Monuments che conclude definitivamente l’album.

 

Walmsley, prima della pubblicazione, aveva dichiarato che non si sarebbe trattato di un disco rock dall’inizio alla fine, ma che avrebbe avuto luci e ombre, momenti teneri e altri più pesanti, ma sempre caratterizzati da un sound oscuro, precisando inoltre che la band avrebbe proseguito in tal direzione per le sperimentazioni future. Hot Motion ha mantenuto le promesse: bilanciato e nostalgico, nonostante i testi un po’ criptici, si presta ad esser ascoltato, grazie alle sonorità adottate, tutte le volte che si sente la necessità di staccare la spina dal caos quotidiano.

I Temples saranno in Italia per il tour promozionale (accompagnati dal batterista Rens Ottink, per ora solo in veste di session man: non è ancora chiaro se diverrà un membro effettivo del gruppo) il 23 e il 24 novembre, rispettivamente al Locomotiv Club di Bologna e al Circolo Magnolia a Milano.

 

Una studentessa di ingegneria informatica con la passione per la musica, l’arte, la lettura, la scrittura e tante altre (davvero troppe) cose…