Tutti almeno una volta nella vita abbiamo storto il naso di fronte ad una cover del nostro cantante o band preferita, magari per affezione o per odio verso chi l’ha eseguita, semplicemente non ci andava a genio.
Oggi il team di Indiementia è qui per smentire questi falsi miti, proponendovi un bel repertorio di cover, eseguite e reinterpretate da alcune delle migliori band in circolazione, quindi munitevi di pop corn e Coca Cola e godetevi il nostro articolo!

The Killers – The Whole Of The Moon (2018)

Che i fanciulli di Las Vegas vadano forte nelle cover di brani di altri artisti è notizia di pubblico dominio. I due pezzi più famosi reinterpretati da Brandon Flowers e soci sono senza dubbio Shadowplay dei Joy Division e Romeo and Juliet dei Dire Straits registrata agli Abbey Road Studios, ma dietro a questi due titolacci della musica britannica c’è molto di più. Durante l’ultimo tour che ha portato in giro il quinto album della band, Wonderful Wonderful, i The Killers si sono infatti cimentati in moltissime cover fra cui Bizarre Love Triangle dei New Order, This Charming Man dei The Smiths e Who Can It Be Now degli Men at Work. Tra i risultati più degni di nota, però, non si può tralasciare la cover di un pezzo tutto Made in Scotland: ballabilissimo, rock anni Ottanta e romanticone, il pezzaccio in questione è The Whole Of The Moon dei The Waterboys, hit targata 1985 qui rifatta in una versione sporcata da quel sano sound della strip di Vegas che, se chiudete gli occhi, vi sembrerà di percorrere a bordo di una decapottabile. La voce di Flowers si adatta davvero bene al brano dandogli una sfumatura sognante e armoniosa. Ai Killers voto dieshi.

 

Radiohead – Ceremony (2007)

Nel 2007, anno in cui venne pubblicato In Rainbows, settimo album in studio della band di Thom Yorke, la band si è cimentata nella produzione della cover di Ceremony, brano scritto dai Joy Division e composta da Ian Curtis poco prima della sua morte, che venne ripresa in seguito dai New Order che la  pubblicarono ufficialmente come singolo del loro debutto nel 1981. La cover cantata da Yorke ricorda molto la canzone cantata da Bernard Sumner nei suoi New Order, i toni vocali infatti sono molto simili ed evocano quell’atmosfera del passato, della musica di inizio anni ’80 che accompagnava i New Order nella loro più grande trasformazione, in quel delicato passaggio tra il vecchio e il nuovo, tra post punk e synthpop. L’esecuzione melodica dei Radiohead invece vuole rendere omaggio alla band di Ian Curtis, celebrando ed esaltando la versione originale dei Joy Division quando erano al maggior culmine della loro espressione artistica e musicale.
Il risultato è un pezzo dalle emozioni forti, rozze, il tutto esaltato dai toni cupi e inconfondibili di Thom Yorke.

 

Muse – Please Please Please Let Me Get What I Want (2002)

I Muse si possono considerare maestri supremi quando si parla dell’esecuzione di una cover, e il trio non si è affatto risparmiato negli anni, da House of the Rising Sun degli Animals a Can’t Take My Eyes Off You di Frankie Valli alla più recente Hungry Like The Wolf dei Duran Duran, ma ce n’è una in particolare che accompagna il singolo di Feeling Good del lontano 2002, Please Please Please Let Me Get What I Want degli Smiths. Versione che si stacca totalmente dall’originale la quale è suonata in acustico, i Muse ripropongono il sound delle loro vecchie glorie, con quei riff di chitarra che delineavano l’identità di Bellamy e soci, il quale fanno risaltare ancora di più il brano, facendolo addirittura preferire alla versione originale.
La voce adoperata in maniera più incisiva rispetto a quella di Morrissey, fa sì che il brano, sebbene una reinterpretazione, non passi inosservato.

 

 

Arctic Monkeys – Is This It (2018)

A un mese dalla conclusione del tour per la promozione del loro sesto album studio, è giusto fare un bilancio degli esperimenti firmati dal quartetto di Sheffield. Pochi sono i pezzi di altri artisti che gli Arctic Monkeys hanno riarrangiato durante la loro carriera, fra cui la nota Red Right Hand di Nick Cave & The Bad Seeds portata in giro per tutto l’ Humbug tour e la cover di Feels Like We Only Go Backwards (bella bella) di Tame Impala, senza dimenticare la versione di Come Together dei Beatles suonata in apertura delle Olimpiadi londinesi nel 2012. Che a Turner e compagni piaccia cantare brani originali è ovvio, ma ogni tanto capita che i più fortunati possano assistere live a qualche chicca che trascende dal loro repertorio più classico. È il caso di Is This It dei newyorkesi The Strokes, suonata proprio in occasione della tappa nella Grande Mela dello scorso luglio: l’arrangiamento non si discosta quasi per nulla da quello della band di Casablancas e Turner si gioca bene tutte le carte in suo possesso, vocalmente parlando. Ma per renderla un po’ più “tranquility base” e restare in tema lunare ci sono queste tastiere di sottofondo che richiamano a distanza alcuni brani proprio come la traccia omonima dell’ultimo disco, quasi volessero dire ai presenti: “Ok ragazzi questa è una cover, la facciamo uguale uguale a quella che conoscete, ma state bene attenti: noi siamo le Scimmie Artiche e veniamo dalla Luna”. Ci è piaciuta? Risposta affermativa.

 

Editors – Lullaby (2009)

Tom Smith e soci nel 2009 si sono dilettati nell’esecuzione della cover di Lullaby, uno dei più grandi successi della band di Robert Smith, pubblicata nel 1989 come primo singolo estratto dell’album Disintegration. La versione cantata da Smith è molto fedele allo stile dei Cure, tetra, oscura ma al contempo con quella dose di romanticismo gotico che rende il pezzo unico e magnifico. La particolarità dell’esecuzione sta nell’inserimento di particolari musicali e artistici tipici degli Editors, quali l’uso delicato ma importante delle tastiere e i giochi vocali e l’uso proprio del baritono di Smith che risulta perfetto per l’esecuzione di questo pezzo di storia della musica.
Una curiosità: la cover eseguita dagli Editors è stata inclusa nella raccolta Pictures of you – a tribute to Godlike Geniuses The Cure, che uscì nel 2009 come allegato della rivista NME.

 

Foals – What Kind of Man (2015)

E’ risaputo che eseguire una cover della discografia dei Florence + The Machine è praticamente impossibile, la potenza e la grazia del mezzo soprano di Florence Welch sono ineguagliabili, ma se si aggiunge qualche synth e una chitarra qua e là, ecco che i loro vicini di casa, a.k.a i Foals riescono a sfornare una loro versione di What Kind of Man di tutto punto.
Eseguita alla Live Lounge per la presentazione dell’album What Went Down, Yannis Philippakis & co. riescono a reggere il confronto con la versione originale della canzone: un sound rock, incisivo e ben strutturato in puro stile Foals, con la voce di Yannis che narra in maniera più secca e tagliente quel “What kind of man loves like this?”. Come ciliegina sulla torta, la band propone come outro il loro singolo What Went Down, rendendo maestoso tutto il pezzo, dall’inizio alla fine.
Per noi, promossa a pieni voti.

 

 

The Kooks – Feel It Still (2018)

Quando corre voce che i Kooks pare abbiano registrato una cover di qualche collega partono uova e pomodori ancora prima di conoscerne il risultato. Sebbene il quartetto di Brighton – o trittico, dato il recente abbandono del bassista Peter Denton – non sia famoso per le ottime riuscite delle cover, negli anni qualche esibizione di tutto rispetto i The Kooks l’hanno lasciata eccome. I ragazzi si meritano un premio per la melodica reinterpretazione di brani come Young Folks di Peter Bjorn and John, Despair in the Departure Lounge degli amici di vecchia data (come no) Arctic Monkeys e She’s Electric degli Oasis, ma anche il pezzo qua sotto merita tantissimo. Decisamente “kooky” e in acustico, la cover di Feel It Still di Portugal. The Man ha ottenuto una buona riuscita nonché un riscontro positivo sui social e fa venire voglia di tenere il ritmo ad ogni strimpellata di chitarra del buon Hugh Harris, che nel suo campo è davvero un maestro. Un lavoro semplice, pulito e senza pretese come la fresca voce dell’eterno giovane Luke, che rende questo brano piacevole sin dal primo ascolto.

 

White Lies – Ride (2013)

Il 6 novembre 2013, i White Lies, giovane trio indie rock band di Londra capitanato da Harry Mcveigh ha pubblicato un EP dal titolo Small Tv, la cui seconda traccia è proprio una loro interpretazione di Ride, brano della cantautrice americana Lana Del Rey, contenuto nell’album Born to Die – The Paradise Edition. Il pezzo è arricchito dalla voce calda e avvolgente del giovane cantante inglese che ci accompagna dall’inizio alla fine, e dal particolare sound elettronico che rende unica l’interpretazione. Le corde morbide del basso, la leggerezza delle tastiere e quel tocco unico che fa la differenza e l’uso dello xilofono, rendono la canzone magica, utopica, bellissima. La loro è un’esecuzione molto ben riuscita e nel complesso dolce e ipnotizzante, che porta l’ascoltatore ad uno stato di totale contemplazione.

 

Lana Del Rey – Goodbye Kiss (2012)

Tutti conosciamo lo stile di Lana Del Rey: sound lento e sognante, nostalgia per il passato, e la sua voce narrante che ci accompagna ogni volta nei viaggi dei suoi album.
In questo caso la voce delicata di Lana, ha reinterpretato alla BBC Radio 1 Live Lounge una delle canzoni di maggior successo dei Kasabian, Goodbye Kiss.
Favore ricambiato da quest’ultima, poiché un anno prima, nel 2011, i Kasabian eseguirono sempre per BBC Radio 1 Live Lounge il brano Video Games.
Un arrangiamento con piano e chitarra acustica, fanno esaltare la voce da soul bianco di Lana, la quale riesce totalmente a fare sua la canzone, con i suoi vocalizzi leggeri ed armoniosi, come a voler sfiorare dolcemente ogni singola parola, contrapponendo un delicato vibrato all’amarezza delle liriche.

 

Giulia Celegato, Roberta Rossi e Giada De Angelis per Indiementia 

 

La musica è la mia passione più grande, i concerti sono la mia seconda casa. Sono una nerd a tempo indeterminato, e amo leggere.
Parlo e straparlo di musica, ed ho deciso di metterlo per iscritto e di condividere le mie idee e la mia creatività con il mondo.