Il mercato della musica è un mondo strano. Un groviglio di industrie, protagonisti strani e potenti, capri espiatori, cosmopoliti, pezzi grossi. E poi ci sono loro, i musicisti. Alcuni sono particolari, dei e veri e propri personaggi usciti dai fumetti o da delle case decrepite, dalle metropolitane, dalle scuole, creati dal loro stesso ego per sopravvivere in questo mondo, per farsi un nome, per dare terra ai loro sogni fatti di aria. Per emergere e per non esserne inghiottiti. I White Lies in tutto questo mondo sono ancora più strani, perché sono normali. Sono dei semplici ragazzi inglesi, niente piercing, niente tatuaggi, non si colorano i capelli né fumano. Il bassista Charles Cave è un semi personaggio. Lui è il tipo da testa rasata e barba lunga e folta, appassionato di fotografia. Il cantante Harry McVeigh è ancora più strano, lui sale sul palco e se ne va in giro a cantare con la sua voce così profonda, gutturale, bassa. Ma i White Lies sono soprattutto questo. La sensibilità artistica di Charles e la voce di Harry sono gli elementi più caratteristici della band, che da 10 anni ha fatto capire alla scena musicale inglese, e nel corso del tempo dell’Europa e del mondo, che il buon vecchio post-punk inglese non è morto, anzi è sopravvissuto, e con Five, il loro quinto album in studio uscito l’1 Febbraio, ci fanno capire che può essere trasformato, rivitalizzato.

In questo album la sperimentazione è la linfa che nutre la musica e il loro modo di fare musica, e in ogni traccia aggiungono un nuovo elemento che rende il disco particolare e peculiare alla band. La sperimentazione si sente di primo impatto già nei dieci secondi della prima traccia Time To Give, dove le tastiere vanno da sole. L’intro è stata creata appositamente per portare l’ascoltatore in uno stato di sospensione che va in escalation. Inizia il sali e scendi di suoni, e la voce grave di Harry si unisce creando un connubio perfetto: le note elettriche che danno quel senso di giusta stonatura con la melodia vocale formano un mix esplosivo, inaspettato e sorprendentemente decadente. Poi si aggiunge la batteria che detta il tempo per tutta la durata della canzone, sette minuti e trentaquattro secondi. Una canzone che dal primo ascolto non è affatto semplice, non solo per la durata, ma anche perché ci dimostra che questo non è il classico indie-rock, è qualcosa di più. E’ melodia ricercata, un componimento maledetto che viene elevato soprattutto nella parte centrale della canzone, esattamente a quattro minuti e dieci secondi, dove inizia la parte solamente musicale che si estende per più di due minuti.

 

 

A seguito l’escalation strumentale perde il suo controllo, la melodia è in declino, inizia il frastuono, la confusione, tutto è un groviglio meraviglioso in cui non si vede più la fine. Questo è il primo passaggio che la band ci dà per raggiungere e conoscere la loro parte più oscura e tenebrosa. Si mettono a nudo e ci fanno vedere come loro continuano a fare post-punk negli anni duemila.

Si passa a Never Alone, qui l’influenza elettronica è ancora molto presente ma passa in secondo piano, viene supportata dalla batteria di Jack LawrenceBrown dai ritmi molto decisi e giocosi e dallo strimpellare della chitarra di Harry. La canzone fa da tramite tra Time To Give Finish Line, la terza traccia; è una sorta di compromesso, una dichiarazione al pubblico e agli ascoltatori , qualcosa che dice: noi tre siamo così, siamo semplici e anonimi fuori, ma complicati e assordanti dentro. Una complicazione che farà impazzire gli amanti del genere e che farà andare fuori di testa chi invece il genere non lo comprende. In ogni caso i White Lies con quest’album, hanno fatto quello che è nelle loro solite inclinazioni: spaccare. Spaccare le frontiere della musica e andare oltre.

Raggiungiamo Kick Me la quarta traccia, quella che cambia totalmente le regole del gioco. Qui c’è una chitarra acustica, un tamburello, e la voce di Harry che si fa più calante e piacevolmente stonante. Almeno all’inizio, poi avviene l’ascesa all’inferno: dalle strofe al ritornello c’è un cambio di tonalità e nella seconda parte della traccia l’ascoltatore viene ipnotizzato dalla melodia che gli fa perdere ogni possibilità di poter dare un senso a quello che sta succedendo. Kick me è sicuramente la traccia da ascoltare per capire l’evoluzione dei White Lies. Non sono più i ragazzi che suonano Death Bigger Than Us. Certo sono ancora in grado di incidere pezzi simili e possono ancora farlo, ma non questa volta. Con Five hanno scelto di dare vita a qualcosa di diverso, una canzone che ti mette a dura prova e che ti fa portare indietro nel tempo, a quando le rock band che si chiudevano in studio di registrazione si concentravano molto di più su quello che suonavano, sulla parte musicale e sulle emozioni che volevano trasmettere; facevano emergere il protagonismo degli strumenti, trasformavano le canzoni in poesie di artisti maledetti. E questo è esattamente quello che fanno i White Lies con quest’album:

“Call Tokyo, call New York/ It’s just same but different, love/ Call Jupiter, call Lyon/ Find a right, and find a wrong”.

 

 

Tokyo è la ballata indie che tutti aspettavano. E’ quel tipo di canzone che quando l’ascolti la prima volta non ti basta, la devi riascoltare per impararne il testo a memoria. E’ una ballata perché ti fa davvero ballare e ti porta in un’altra dimensione, ti sgancia da tutto il resto, dalla profondità, dall’incomprensione, dai suoni calanti delle tracce precedenti. E’ una boccata di aria fresca, un inno alla gioventù e al divertimento. Lo stesso stile viene riportato in Jo? ma l’indie qui si trasforma in rock’n roll e il ritmo si fa più intenso. La parte strumentale torna ad essere protagonista e il bello di questo pezzo è che inizia alla grande e finisce alla grande. Il ritmo sostenuto c’è e si sente dall’inizio alla fine del brano, non ci sono pause, non ci sono sconvolgimenti; le corde della chitarra sono tese e vengono premute con forza. La bellezza di questa traccia è la potenza sovrastante che vibra in questa canzone che ti fa tornare su, in piedi, con gli scarponi di pelle ben piantati a terra e i capelli sciolti al vento.

Con Denial Believe It i White lies fanno inversione di marcia e ritornano ai suoni originali pensati per quest’album, senza però tralasciare la parte puramente rock della chitarra trovata in Jo? e ripetuta nella settima traccia. Qui siamo giunti alla fine di questo viaggio, un percorso iniziato dalla band dieci anni fa e che con Time To Give apre un nuovo capitolo, il quinto capitolo dei White Lies. 

 

 

La fine è spiazzante, impensabile, inimmaginabile. Dopo aver ascoltato le otto tracce di Five ti rivedi a pensare che più di così i White Lies non possono sperimentare, sconvolgere. E invece. Fire And Wings. Fuoco e Ali. Il finale che non ti aspetti, che non immagini, che non potrebbe esistere da nessun’altra parte. Che ribalta tutto. Le chitarre sono infiammate, la batteria è indemoniata, la voce di Harry perfetta. Altro pezzo di quest’album da ascoltare assolutamente, questo però lo si ascolta per capire fino a che punto i White Lies potevano spingersi.
E come l’hanno fatto.