Giunto ormai alla sua quinta edizione, il Bay Fest è un evento in continua evoluzione: dalla sua nascita nel 2015, anno dopo anno, si è trasformato in un appuntamento fisso di tre giorni punk-rock al Parco Pavese di Bellaria Igea Marina, collezionando nomi importanti come Dropkick Murphys, Bad Religion, Rise Against, Ska-P e altri.

Quella del 14 agosto è stata la prima giornata sold out dagli esordi del festival e la ricca line-up era così composta: T.F.V, Shandon, PUP, The Story So Far, Dead Kennedys e infine gli headliner, gli storici Offspring.

I primi a esibirsi alle 17.30 sono stati i T.F.V, ovvero Time For Vomit, gruppo punk-rock/melodic-hardcore di Reggio Emilia, una delle tre band vincitrici del contest che permetteva di aprire una delle giornate dell’evento. Sebbene io sia spesso molto critica nei confronti dei gruppi italiani emergenti, devo ammettere che, oltre a trovarli molto divertenti, sono rimasta impressionata dalla loro bravura dal vivo, in una parola? Potenti.

 

Il testimone è stato poi passato agli Shandon, gruppo simbolo della musica ska/punk-rock italiana: attivi dal 1994, hanno pubblicato recentemente un nuovo album, Il segreto, ricco di collaborazioni con artisti quali Ministri, Punkreas e Prozac+. Sempre originali e decisamente in forma, anche dopo venticinque anni di esperienza sulle spalle, mi hanno fatto riscoprire un genere e ora non riesco più a togliermeli dalla testa: dalle nuove Chissenefrega Il vuoto non basta, alle note My Friends, JanetCasino Royale Tony Alva, era impossibile riuscire a star fermi, e che si saltasse o ballasse alla propria maniera, i piedi andavano letteralmente da soli. Un’ottima premessa, considerando che era soltanto l’inizio.

 

Dopo un po’ di riscaldamento con il punk nostrano (la dimostrazione che anche in Italia esista qualche gioia), alle 19.15 è stato il turno dei PUP, abbreviazione di Pathetic Use of Potential, la band canadese rivelazione dell’anno, oscillante tra punk-rock, pop-punk fino all’indie-rock, reduce dal buon successo dell’ultimo album, Morbid Stuff, pubblicato ad aprile. Questo, rispetto ai due precedenti lavori in studio, appare “meno urlato” e dalle tonalità più pop nella maggior parte delle tracce: tale cambio di rotta era stato necessario per salvaguardare le corde vocali del frontman Stefan Babcock, a cui erano state diagnosticate serie lesioni, dovute proprio al suo modo di cantare.

L’ascolto dal vivo ha messo in risalto tale differenza, passando da una traccia scanzonata come Kids alla ben più spaccaculi Reservoir, ma non per questo ha prodotto un risultato incoerente o “meno punk”, poiché il gruppo è rimasto fedele alle ritmiche molto veloci e ha mostrato di aver anche intrapreso un percorso di crescita con una traccia come Scorpion Hill. La scena clou dell’esibizione ha avuto come protagonista proprio Babcock, il quale si è tuffato dal palco e ha poi “surfato” sulla folla: ammirazione sconfinata per il suo coraggio e la sua fiducia.

  

 

Un dettaglio iniziava a esser evidente dopo la terza esibizione: la puntualità eccezionale. Non mi era mai capitato di assistere ad un concerto dove l’inizio dell’esibizione di ogni band coincidesse con l’orario stabilito, senza sgarrare di un minuto. Il calar della sera, oltre alle prime osservazioni sull’evento, ha segnato l’arrivo dei The Story So Far alle 20.20, la cui fanbase solida si è fatta notare immediatamente (troppo solida, grazie per i lividi), tirando fuori tutti i ricordi dell’adolescenza e delle “emo vibes” che non sentivo da tempo immemore. La scaletta alternava in maniera intelligente ed equilibrata successi di tutti e quattro gli album studio, con un focus su Proper Dose, l’ultimo rilasciato a settembre 2018. Anche in questo caso, come per i PUP, è necessario parlare di un cambio di rotta rispetto alle sonorità degli esordi, tuttavia qui dal punk ci si è distanziati molto di più.

L’esecuzione dei brani è stata ottima e tracce come Out Of ItUpside Down restano nel cuore, ma dal punto di vista dell’intrattenimento e del tenere l’attenzione viva sul palco mi aspettavo di più, considerando anche il contesto, li ho trovati “molto rigidi”. A onor del vero il cantante, Parker Cannon, con o senza giacca, fermo lì con le braccia dietro la schiena e gli occhiali da sole al buio, somigliava più a Liam Gallagher in posa standard… Paragonati alle altre band, a posteriori viene da chiedersi: non è che hanno sbagliato festival?

 

Ascoltando i commenti di chi bazzica i concerti da più tempo di me, ero giunta ad un’ulteriore conclusione riguardo al motivo per cui questa giornata del festival fosse divenuta sold out: la line-up e il modo in cui era stata assemblata, quasi come se rappresentasse un crescendo, accontentava i gusti di qualunque tipologia di punk, da quello che si scatena a ritmo di ska con gli Shandon, quello più “moderno” che guarda ai PUP, quello “adolescenziale” che va in brodo di giuggiole alle prime note dei TSSF, a quello “old school” che vede i DK come una religione e, alla fine di tutto, gli Offspring, gli unici in grado di mettere tutti quanti d’accordo.

E dopo un bel cartoccio di patatine fritte mangiate alla spicciolata sotto al palco, approfittando della breve pausa, alle 21.30 è stata la volta dei taglienti ed ironici veterani della scena punk-rock californiana anni Ottanta, i Dead Kennedys, che hanno accontentato i puritani del punk che attendevano con impazienza i pezzi grossi della serata.

Provocatori e dissacranti, non si sono fatti sfuggire l’occasione di far riferimenti all’attuale situazione politica e, a quel punto, palco e arena hanno letteralmente preso fuoco, dando una carica pazzesca al pubblico e portando l’adrenalina alle stelle. Il gruppo si è distinto per energia e dinamismo, oltre che per le continue interazioni con gli spettatori che vedevano spesso protagonista il cantante, lo scalmanato Ron “Skip” Greer, il quale si è divertito a far continui scherzi (grazie per la doccia con le bottigliette d’acqua) e gag con gli altri membri della band: indimenticabili, dei veri animali da palcoscenico in grado di rubare la scena a tutti i giovincelli visti poco prima. Non a caso, Skip ha sottolineato con divertimento: “Il nostro tempo con voi sta finendo, non siamo più giovani come una volta e siamo troppo vecchi per il punk… O forse… Forse siete voi a non esser pronti per il punk!”

 

Ma se con i DK si pensava di esser entrati nel vivo della serata e di aver raggiunto l’apice, avrei capito di lì a poco che mi ero sbagliata di grosso e che non avevo ancora visto nulla…

Premettendo che affrontare un concerto in seconda fila possa esser impegnativo, fino a quel momento io e la mia compare ce l’eravamo cavata bene e non ci restava che attendere gli headliner della serata. Dopo aver creato un po’ di suspense, uno dopo l’altro, Pete Parada, Greg Kriesel, Todd Morse e Noodles hanno iniziato a prendere posto sul palco tra i crescenti applausi della gente, e per ultimo ha fatto il suo ingresso in medias res Dexter Holland, attaccando con il primo pezzo in scaletta.

Senza neanche aver il tempo di realizzare cosa stesse succedendo, alle prime note di Americana tutti sono scattati improvvisamente in avanti, compattandosi come un’unica entità, separandomi dalla mia compagna di avventure: lei è stata sbalzata all’indietro chissà dove, mentre io al contrario sono rimasta intrappolata in quella maledetta seconda fila. In una situazione simile un moscerino come me aveva una sola possibilità: riuscire a raggiungere la transenna in prima fila, saltare come una folle insieme alla massa e pogare come se fosse la mia unica ragione di vita, per evitare di fare la fine di una pallina in un flipper.

La scaletta comprendeva tutto il meglio del repertorio degli anni d’oro della band, ricalcando quasi fedelmente il Greatest Hits del 2005, includendo anche una cover di Whole Lotta Rosie degli AC/DC e It Won’t Get Better, traccia non ancora inserita in nessun album, ma suonata nei live recenti. Aleggia tuttora il mistero su quando il gruppo pubblicherà la doppietta di album promessa pochi mesi fa.

Tra i tanti momenti iconici da immortalare, oltre a quello in cui Noodles ha affermato e ribadito più volte che il pubblico del Bay Fest fosse il più sexy mai visto (e aveva maledettamente ragione), ve ne è stato uno durante l’esecuzione di Why Don’t You Get a Job?, dove gli agenti della sicurezza hanno lanciato dei palloni gonfiabili da spiaggia verso la gente, che ha iniziato a giocare e a tirarli di rimando verso il palco. Se non altro, almeno in quel caso, anziché volar persone dall’altra parte della transenna, sono stati lanciati i palloni, e la security ha sorriso un po’.

Se volete vedere le foto più belle e suggestive in assoluto dell’esibizione degli Offspring, le trovate qui: https://www.tijsvl.net/photography/20190814-the_offspring/

 

Resoconto della battaglia-concerto: band formidabili dalla prima all’ultima che sono valse ogni centesimo, un’emozione grandissima mai provata prima e che non dimenticherò mai, una bandana degli Offspring comprata e persa subito dopo nella mischia, sabbia ovunque e scarpe sporchissime, ma stranamente ancora tutte intere. Questa è stata la giornata conclusiva del Bay Fest 2019 e il mio primo vero concerto punk-rock in prima fila (il che, in curriculum, può valere come esperienza estrema). Dal punto di vista dell’organizzazione vi sono molte cose da migliorare, perché un simile festival è sicuramente destinato a crescere ancora, arrivando a consacrare definitivamente lo scenario di Bellaria Igea Marina come un angolino di quella che fu la bella California anni Novanta.

Una studentessa di ingegneria informatica con la passione per la musica, l’arte, la lettura, la scrittura e tante altre (davvero troppe) cose…