La seconda data dei Muse a San Siro si svolge sabato 13 luglio e Indiementia è pronta (la musica è donna, si sa) a replicare più carica che mai, stesso posto e stessa ora del giorno prima. Admin-Giulia non sta dormendo da giorni, ha riascoltato tutta la discografia dei britannici per l’ennesima volta di fila ed è quasi pronta al suo primissimo concerto. Dopo dieci anni (o forse un po’ di più) di concerti rimandati e sogni infranti, il momento di prendere parte al “Musecosmo” è giunto anche per lei.

Piccolo punto a sfavore: c’è molto pubblico in meno rispetto al pienone del venerdì. San Siro si riempie lentamente e sono in molti a spostarsi per colmare le postazioni vuote perché lo stadio, purtroppo, non è sold out ed entrambi i settori laterali nel terzo anello risultano chiusi. Tuttavia, questo non è affatto un handicap per la riuscita della serata che anzi si evolve nel migliore dei modi sin dalle band d’apertura. A scaldare la folla ci pensano infatti prima i Mini Mansions – voto dieshi – che suonano circa mezzora per poi lasciare il posto a Nic Cester, ex leader dei Jet, il quale nel suo carichissimo set di quaranta minuti sorprende tutti suonando Are You Gonna Be My Girl?. Lo stadio applaude, canta e nel parterre si balla selvaggiamente, anche alla coda per i bagni. Sono le otto e mezza passate e il cantautore australiano – in un italiano perfetto e super scandito, a differenza di qualcun altro che viene dal Devon – augura a tutti un buon concerto.

L’aria che si respira prima che i Muse calchino il palco è piena di energia e, ogni tanto, dagli spalti centrali partono sequenze di applausi che si espandono in tutto lo stadio, coinvolgendo il pubblico in attesa. Ma il vero boato si scatena quando, dalle casse sul palco, si sente provenire la colonna sonora di una nota serie tivù ambientata negli anni Ottanta in un felice paesino americano dell’Indiana: ebbene sì, a quanto pare ai concerti dei Muse succede anche questo. I minuti passano, la tensione si taglia col coltello e finalmente alle 21.20 eccola che parte: Algorithm segna l’ingresso dei tre britannici che vengono accolti dalla folla con un’estasi impressionante. Lo show parte subito in quarta con la novella Pressure, ma quando sul maxischermo appare il volto del Drill Sergeant seguito dalle note iniziali di Psycho si scatena il pogo generale (anche nel primo anello rosso).

 

 

Il trio sa perfettamente alternare pezzacci storici a quelli del neonato Simulation Theory, del quale vale la pena di ricordare anche le bellissime performance di The Dark Side e Thought Contagion. E per gli amanti dei brani più vecchi… Niente Bliss stasera [peccato], ma una splendida Undisclosed Desires che fa ondeggiare le braccia di tutto San Siro. Matt Bellamy e soci propongono inoltre alcuni momenti strumentali come Pray, canzone scritta per la colonna sonora della serie Game of Thrones, il pezzo rock-dubstep Unsustainable e la famosa Houston Jam, in cui la batteria di Dom Howard e il basso di Chris Wolstenholme hanno uno spazio tutto loro. I ragazzi si dilettano poi in una fantastica versione di Take a Bow, che inizia con il frontman che regge in mano un teschio a mo’ di Amleto per poi scatenarsi tra un synth e una schitarrata: tutto regolare, no?

 

 

Lo stadio impazzisce sulle note delle canzoni più famose come Supermassive Black Hole, Time Is Running Out, Starlight, Plug In Baby e Uprising, ma la regina di tutte, preceduta da Interlude che crea la giusta suspense nel pubblico, è Hysteria che manda in pieno delirio i fan quando il bassista ne suona le prime note. E dalle retrovie si sente qualcuno gridare: “Questi sono i veri Muse!”. Come dargli torto! Menzione d’onore va a Madness e Mercy interpretate magistralmente e che trasformano il pubblico in un coro unico. Lo spettacolo va avanti senza sosta per due ore tra ballerini vestiti di luci a neon, robot/droni, coriandoli e un gigantesco essere immondo soprannominato Murph che si gonfia dietro il palco durante il medley finale, il momento più atteso dagli amanti dei riff di chitarra firmati Muse.

 

 

Quando termina la sequenza estratta dal brano New Born, San Siro capisce che la fine del live è vicina: basta il suono di un’armonica ed è subito Knights Of Cydonia, brano che chiosa perfettamente un live formidabile e che difficilmente verrà dimenticato. Al termine dell’ultima canzone (o forse andrebbe chiamata ‘esplosione’) i ragazzi lasciano i loro strumenti e percorrono la passerella per salutare e ringraziare tutto il pubblico che, per la seconda sera di fila, è stato la loro corale gospel di supporto.

 

 

Bellamy manda baci a qualche fortunella in transenna, Dom lancia le bacchette e Chris… Beh, Chris saluta e sorride, un po’ come la sua conterranea che vive a Buckingham. E infine, dopo che anche una bandiera italiana è stata lanciata in mezzo al pubblico, fanno dietro front: è tutto finito. La gente è ancora piuttosto esterefatta, continua ad applaudire sperando forse in un bis e, fino a quando le luci non vengono riaccese, ognuno rimane al proprio posto in piena contemplazione di quello che è stato uno spettacolo con i contro ca… Cavoli, assolutamente cavoli.

 

 

È stato un battesimo di fuoco per admin-Giulia questo primo concerto dei Rocket Baby Dolls, non c’è che dire, e non vede l’ora di poterli riascoltare. Per girare il coltello nella piaga della depressione post-concerto e dirla alla “Muse”, you gave me all that peace and joy in your mind.

Ma…

Il report non finisce qui. Già, perché Indiementia ne sa una più del diavolo, e admin-Giada non poteva certo farsi scappare i suoi beniamini il 20 luglio, nella nostra capitale.
Questo non si può definire un battesimo, essendo al concerto numero quattro dei Muse, i quali ormai possono considerarsi come quegli amici di lunga data che vedi una volta ogni tre anni, e che non vedi l’ora di riabbracciare. Dopo ben sei anni e un DVD alle spalle, il trio del Devon ha fatto ritorno allo Stadio Olimpico più carico che mai. Come nella seconda data a San Siro, ad aprire la serata c’erano i Mini Mansions e Nic Cester, che ha voluto regalare anche a Roma il brano di punta Are You Gonna Be My Girl, la quale ha scaldato per bene tutto il pubblico.
Alle 21.30, dopo attimi di agonia, si inizia con Algorithm in versione alternativa, dove un Matt Bellamy + guanto di Thanos (power glove) spunta dalla fine della passerella, accompagnato dai muse dancers che stanno animando il Simulation Theory World Tour. Subito dopo si procede con Pressure, Drill Sergeant accompagnato dalle urla del pubblico con Aye Sir! e una divina Psycho che fa tremare tutto lo stadio. Come a San Siro si succedono Break it to Me, Uprising e Propaganda, e poi è la volta di Plug In Baby. Bellamy stuzzica il pubblico col suo fuzz, anche se tutti eravamo pronti a saltare e a fare focofinoarcielo, ed ecco che il riff più amato dai fan inizia a sprigionarsi dalla Manson di Bellamy.

 

 

Poi è il turno di Pray, composta da Matt Bellamy come solista, e che fa cadere tutti in contemplazione, in una preghiera vera e propria; tutti si chiudono in attimi di intimità con questa canzone che richiama i suoni medievali con il battito delle enormi grancasse suonate da Dom e Chris, e la voce di Bellamy che canta “We will pray”.
Supermassive Black Hole è stata trasformata in un omaggio al cinquantesimo anniversario dello sbarco dell’uomo sulla luna, ed è stata animata dai muse dancers che scendevano di fronte allo schermo vestiti da astronauti, e dalla clip di Armstrong che tocca il suolo lunare, uno scenario davvero suggestivo. A chiudere il pezzo nientemeno che l’outro di Fury, un’altra perla molto rara.

 

 

Ma la vera chicca della serata, è la canzone forse più agognata da ogni fan: Bellamy accenna che la prossima traccia è tratta dal loro secondo album, Origin of Symmetry, ed ecco che le prime note iniziano a invadere lo stadio, e Bliss riecheggia nell’aria. Tutti i fan increduli e stupiti iniziano a saltare, ballare e piangere, come se stessero vivendo un sogno (giuro che non parlo di me stessa).
Il punto forte di ogni concerto dei Muse non è solamente la musica, ma anche i visual sui maxischermi e i laser che illuminano ogni volta lo stadio, tra colori sgargianti e ipnotici.

 

 

Un altro degli highlight della serata è stata sicuramente l’esecuzione di Dig Down in versione gospel: il trio che si sposta a fine passerella, con Bellamy al piano e lo stadio completamente illuminato dalle torce. Ma le sorprese non si fermano di certo qui, perché i Muse stavolta hanno voluto esagerare, e nello Houston Jam hanno inserito nientemeno che Futurism, Unnatural Selection e Micro Cuts che hanno sicuramente fatto la loro figura, di fronte agli sguardi increduli di tutti.

 

 

A chiudere lo show, il momento che ogni fan di lunga data attende con trepidazione: il metal medley, quindici minuti di canzoni tratte da album più datati come Stockholm Syndrome, Assassin e New Born, e a incorniciare il tutto, l’apparizione sul palco del mastodontico Murph, il mostro che inghiotte l’auto di Bellamy nel video di The Dark Side.

 

Last but not the least: siamo giunti veramente alla fine della corsa, e le note di Man With a Harmonica del buon vecchio Morricone riecheggiano dall’armonica di Chris (il quale ha fatto una bella scorta da lanciare al pubblico), per poi dare il via a Knights of Cydonia. Il momento che tutti aspettano, con un sapore di agrodolce, perché sappiamo che non ci sarà un ulteriore bis (o Bliss) e dopo l’ultima scarica di adrenalina, il nostro trio preferito si congeda ringraziando il nostro bel paese.

Che i Muse vi piacciano o meno, ciò dimostra di quanto un loro live sia veramente insuperabile che sia la prima, quarta, decima o centesima volta che li vedete. Un concerto dei Muse non vi deluderà mai.

Setlist:

  1. Algorithm
    (Alternate Reality version; shortened)
  2. Pressure
  3. Psycho
  4. Break it to Me
  5. Uprising
    (Extended intro and outro)
  6. Propaganda
  7. Plug in Baby
  8. Pray (High Valyrian)
    (Matthew Bellamy song)
  9. The Dark Side
  10. Supermassive Black Hole
    (‘Close Encounters’ intro)
  11. Thought Contagion
  12. Interlude
  13. Hysteria
    (AC/DC’s “Back in Black” riff)
  14. The 2nd Law: Unsustainable
  15. Dig Down
    (Acoustic Gospel Version)
  16. Undisclosed Desires (Milano) / Bliss (Roma)STT Interstitial 1
  17. Madness
  18. Mercy
  19. Time is Running Out
  20. Houston Jam
  21. Take a Bow
  22. Prelude
  23. StarlightEncore: STT Interstitial 2
  24. Algorithm STT Intersititial 3
  25. Stockholm Syndrome / Assassin / Reapers / The Handler / New Born
    (Deftones’ Head Up riff outro)
  26. Knights of Cydonia
    (Ennio Morricone’s Man With a Harmonica intro)

 

Giulia Celegato
Giada De Angelis per Indiementia 

Studio storia e divoro musica.